ADHD, trauma e stile di attaccamento.
Il disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD o DDAI) è descritto come un “disturbo” che include difficoltà di attenzione e concentrazione, di controllo degli impulsi e del livello di attività. Questi problemi derivano sostanzialmente dall’incapacità del bambino di regolare il proprio comportamento in funzione del trascorrere del tempo, degli obiettivi da raggiungere e delle richieste dell’ambiente. E’ bene precisare che l’ADHD non è una normale fase di crescita che ogni bambino deve superare, non è nemmeno il risultato di una disciplina educativa inefficace, e tanto meno non è un problema dovuto alla «cattiveria» del bambino.
Secondo i criteri diagnostici del DSM-5, l’ADHD è considerato come un “disturbo”. In tale manuale diagnostico, per fare diagnosi, devono essere presenti almeno 6 sintomi di disattenzione (per es. divagazione dal compito, mancanza di perseveranza, difficoltà a mantenere l’attenzione, difficoltà ad ascoltare, difficoltà a pianificare le attività, tendenza a perdere materiali e oggetti) e/o iperattività-impulsività (eccessiva attività motoria in momenti in cui non è opportuna, tendenza a dimenarsi o a tamburellare con le dita, loquacità eccessiva, impulsività nelle risposte, difficoltà a rispettare i turni), per un minimo di sei mesi e in almeno due contesti diversi; inoltre, alcuni sintomi possono essere presenti prima dei 12 anni di età ed è necessario che compromettano il funzionamento sociale, scolastico e/o lavorativo. Se, negli ultimi 6 mesi, un soggetto presenta almeno 6 sintomi di disattenzione, ma meno di 6 sintomi di iperattività-impulsività, viene posta diagnosi di ADHD con disattenzione predominante; se presenta esclusivamente almeno 6 sintomi di iperattività-impulsività, ma meno di 6 sintomi di disattenzione, allora viene posta diagnosi di ADHD con iperattività-impulsività predominante; infine, se il soggetto presenta entrambe le problematiche, si pone diagnosi di ADHD combinato.
Nel DSM 5 l’ADHD viene descritto come di un disturbo, questo significa considerarlo un’entità clinica ben definita, con sintomi caratteristici ben distinguibili da quelli di altre patologie. Se ci soffermiamo a leggere i criteri descrittivi e prestiamo attenzione alla complessità dei quadri clinici che si presentano ai nostri occhi come ADHD, ci rendiamo conto che sarebbe più opportuno parlare di un insieme di sintomi, che possono avere alla base diverse cause. La diagnosi di ADHDraccoglie ormai i più differenti quadri clinici e questo riflette la mancanza di certezze sulla sua eziologia (numerosi studi sono ancora in atto). In questo modo il numero di bambini con tale diagnosi va aumentando, così come il rischio che aumenti, di conseguenza anche il numero di bambini sottoposti a un trattamento farmacologico, non sempre necessario.
Diversi sintomi presentati da questi bambini come; difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno, irritabilità o crisi di rabbia, difficoltà a concentrarsi, ipervigilanza ed esagerate risposte di allarme, sono gli stessi sintomi presenti in bambini che hanno vissuto un evento traumatico e che sviluppano un Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD). Contemporaneamente, bambini che hanno sperimentato traumi relazionali precoci importanti, come i bambini precocemente istituzionalizzati e/o adottati, presentano difficoltà a concentrarsi, a pianificare, iniziare o completare un compito, disturbi nella regolazione delle funzioni corporee di base, come disturbi del sonno e dell’alimentazione, iper-reattività agli stimoli sensoriali e allarme eccessivo per stimoli minacciosi, sia ambientali sia relazionali.
L’iper-attivazione riscontrata nei bambini con diagnosi di ADHD è clinicamente indistinguibile dall’iper-attivazione manifestata dai bambini traumatizzati, per cui l’ipotesi è che molti dei bambini che ricevono una diagnosi di ADHD siano in realtà dei bambini con PTSD cronico o bambini che abbiano sperimentato traumi relazionali.
Questa ipotesi sembra acquisire maggior valore se si pensa che, in molti bambini tale stato di iper – attivazione è evidente soprattutto in situazioni particolari, che potrebbero essere considerate, quindi, dei fattori scatenanti ambientali per la riattivazione di esperienze traumatiche.
Quando un bambino è esposto a un’esperienza traumatica significativa o vive in un contesto relazionale traumatico, il suo corpo si prepara ad affrontare la minaccia attivando il sistema nervoso autonomo (SNA), conosciuto anche come sistema nervoso vegetativo o viscerale, che controlla le cosiddette funzioni vegetative: l’attivazione del sistema nervoso autonomo porta alle risposte primitive di attacco (fight) e fuga (flight). Queste risposte possono permanere per anni dopo la fine del trauma e produrre sintomi simili a quelli tipicamente diagnosticati come ADHD: iperattività motoria, ansia, disturbi del sonno, tachicardia e pressione sanguigna elevata. Avendo in mente questa cornice esplicativa, alcuni sintomi dell’ADHD, come l’iper-attivazione, potrebbero far parte di una strategia finalizzata all’auto-conservazione, mentre altri, come la difficoltà di concentrazione, potrebbero essere considerati come le conseguenze involontarie dell’utilizzo di tale strategia.
Come clinici ci troviamo spesso a osservare sintomi sviluppati in seguito a traumi, singoli o ripetuti, che possono essere erroneamente confusi con la diagnosi di ADHD. Sono necessari ulteriori studi scientifici per migliorare la diagnosi differenziale tra sindrome ADHD di natura post-traumatica e sindrome ADHD di natura neurobiologica.
Le più recenti ricerche, in ambito di neuropsicologia interpersonale, concordano nel ritenere che lo sviluppo cerebrale dipende dall’interazione tra predisposizione genetica ed esperienze di relazione(A. Shore, D. Siegel). Quando un bambino non ha una strategia sicura e ben organizzata per far fronte alle situazioni che gli incutono timore, diverse informazioni provenienti da fonti incompatibili vengono ritenute ugualmente rilevanti. Tutto ciò accade anche nell’ADHD: il bambino non riesce a differenziare tra stimoli rilevanti e stimoli irrilevanti per sé, in un determinato momento. I percorsi di supporto avviati con bambini con ADHD ci mostrano che se è presente un adulto di riferimento a regolare gli stati emotivi e i comportamenti del bambino con ADHD, la difficoltà di concentrazione si riduce. Anche per L’AIDAI (Associazione Italiana Disturbo di Attenzione e Iperattività) quando si parla di ADHD si parla di un deficit di regolazione. Ritorna quindi di estrema importanza il legame di attaccamento che si crea con la figura di riferimento. Come psicologi dell’età evolutiva sappiamo, infatti, che i diversi stili di attaccamento tra genitori e bambino (relazione sicura, insicura o disorganizzata) rappresentano le cornici all’interno delle quali i piccoli imparano a nominare, riconoscere e regolare emozioni e comportamenti.
Lo stile di attaccamento evitante, in cui il genitore distanzia i bisogni del bambino ed è poco coinvolto emotivamente nella relazione, porta il bambino ad essere autosufficiente nella regolazione degli affetti, che vengono minimizzati e messi da parte e l’attenzione viene rivolta esclusivamente all’ambiente. L’iperattività potrebbe, quindi, rappresentare una strategia di esplorazione compulsiva, attivata per far fronte ai sentimenti di solitudine, impotenza e rabbia. Lo stile di attaccamento ambivalente, in cui il genitore è discontinuo nella risposta ai bisogni del bambino e imprevedibile nelle sue manifestazioni affettive e comportamentali, è caratterizzato da una regolazione in eccesso delle emozioni, che vengono manifestate in maniera enfatizzata. In questi casi l’iperattivita avrebbe la finalità di controllare i comportamenti dei genitori per aumentare il livello di prevedibilità. La disorganizzazione dell’attaccamento, causata da un genitore con lutto e traumi non elaborati, è connotata da senso di minaccia e pericolo, per cui la regolazione delle emozioni è instabile, caotica e contradditoria, così come la qualità dell’attenzione. Diversi studi dimostrano, ormai, che lo stile di attaccamento sicuro, in cui il genitore è sensibile e responsivo di fronte ai bisogni del bambino, è una modalità relazionale che promuove una buona regolazione degli affetti e dei comportamenti, deficitaria, invece, nei bambini diagnosticati con ADHD, molti dei quali, infatti, presentano, secondo diverse ricerche, uno stile di attaccamento insicuro (evitante o ambivalente) o disorganizzazione dell’attaccamento.
“In EquilibrioStudio” lavoriamo con bambini con diagnosi di ADHD che hanno vissuto esperienze traumatiche di vita. Dopo aver affrontato le memorie traumatiche con l’EMDR, si assiste ad un miglioramento notevole della sintomatologia.
Contemporaneamente supportiamo anche il genitore, in modo tale che il bambino possa disporre di una figura di accudimento stabile e coerente, in grado di soddisfare i suoi bisogni di conforto e protezione, visto che solo così impara a organizzare le informazioni, a livello sia cognitivo sia affettivo, entro una relazione “sicura”.
Il nostro modello d’intervento terapeutico prevede l’integrazione del metodo EMDR, per l’elaborazione dei traumi relazionali precoci e dei traumi secondari alle manifestazioni dell’ADHD (per es. frustrazioni scolastiche o sociali subite), con le strategie terapeutiche d’impronta cognitivista e/o di tipo neuropsicologico, tutti metodi che sono di comprovata efficacia.
L’EMDR è utilizzato anche come strumento per rinforzare le aree di risorsa interiore, all’interno di un lavoro sull’auto-regolazione, sull’autostima, sul rinforzo positivo rispetto ai successi, che fa parte delle strategie cognitivo-comportamentali.
Il nostro lavoro prevede anche il coinvolgimento di insegnanti ed educatori, per creare una “rete” integrata di lavoro, utile alla riduzione dei comportamenti problematici e alla generalizzazione dei risultati del trattamento.
Se ritenuto necessario, dopo un’accurata fase di valutazione, la psicoterapia verrà affiancata ad un training su attenzione ed impulsività o ad un trattamento per eventuali difficoltà scolastiche associate.
Solo in casi molto gravi, in cui è lo stesso trattamento psicoterapeutico ad essere completamente ostacolato, viene consigliata una visita NPI per valutare la possibilità di un supporto farmacologico. Ogni terapia farmacologica è intrapresa con notevole cautela.
BIBLIOGRAFIA
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